15/10/15

E' giusto stimolare la competitività nei bambini?

Sport

Spesso mi è capitato di assistere a gare e competizioni di bambini, sia in età prescolare che in età scolare e, non di rado, ho assistito a scene allucinanti di mamme e papà che urlavano inviperiti ai figli perché non erano i primi o avevano sbagliato un esercizio; al termine, i bambini non apparivano per nulla felici di aver praticato sport quanto piuttosto scoraggiati, intristiti e, in qualche caso, in lacrime.

E’ giusto spingere i figli a essere altamente competitivi lottando per il primo posto come se ne andasse della loro vita o, piuttosto, non sarebbe il caso di approcciarli allo sport in maniera diversa?

Alfie Kohn, le cui idee sono state influenzate da Piaget e John Dewey, sostiene che sia schiacciante l’evidenza di come la competitività sia distruttiva, particolarmente, ma non esclusivamente, per i bambini; riferendosi ai genitori che invece spingono i loro figli a essere competitivi, afferma che questo sia un modo “tossico” di crescerli.

Dall’altro lato, alcuni studiosi sostengono sia invece necessario per raggiungere buone prestazioni stimolare la competitività; va comunque evidenziato che, uno studio comparso sul Psychological Bulletin, abbia invece rilevato come la competitività a volte porti a buone prestazioni e a volte no stabilendo, di fatto, che non esiste una correlazione diretta tra competitività e raggiungimento degli obiettivi.

E’ sicuramente vero che la nostra società è sempre più competitiva, che in ogni ambito viene richiesto di essere i migliori, i più bravi e perciò, se per alcuni genitori, iniziare a incitare e stimolare i bambini fin da piccoli a essere sempre i più bravi è giusto, è anche vero che esasperare la competitività in tenera età più essere un boomerang; lo sport non è solo un piacere e divertimento ma essenziale per lo sviluppo psico-fisico del bambino, lo aiuta a relazionarsi, fare amicizia e lavorare per un obiettivo comune, soprattutto se di squadra, gli permette di prendersi una pausa da compiti o attività scolastiche ma, i benefici possono perdersi se lo stress di praticarlo supera il piacere.

Genitori (o allenatori) che chiedono al bambino quasi la perfezione, non lo stimolano ma lo bombardano rendendolo frustrato; in molti casi, soprattutto in età prescolare, lo sport è un gioco, fatto e organizzato per avvicinare i bambini a una disciplina facendoli divertire. Nel momento in cui i genitori spingono perché sia competitivo e migliore degli altri, magari anche dell’amichetto del cuore, quello per cui hanno deciso di praticare un certo sport, il desiderio di continuare decade.

C’è anche da dire che nel momento in cui fallisce, per il bambino può essere doloroso pensare di aver deluso i genitori o gli adulti cui tiene e che lo spingono a eccellere, può essere portato a pensare di non essere un bravo figlio o un bravo atleta (i bambini più piccoli non hanno ben chiaro il concetto di competitività, vogliono vincere perché gli piace, non per essere i migliori e, di conseguenza, non capiscono l’accanimento del genitore/preparatore atletico).

Lo sport contribuisce a formare anche il carattere e la personalità di un bambino, urlare nel corso di una gara, dandogli magari dell’incapace o riprenderlo al termine perché non si è piazzato in una buona posizione in classifica, è controproducente perché non farà che renderlo insicuro, minando la sua autostima e creando dei risentimento.

Non è giusto che i genitori aggiungano ulteriore stress alla vita dei bambini che sono già spesso e volentieri molto impegnati; è bene che seguano le loro attività, li incoraggino, li lodino quando ottengono buoni risultati e, con calma, non spinti dall’emozione del momento, li riprendano soppesando bene le parole, se proprio lo devono fare.

E voi come la penate? Siete a favore allo stimolare la competitività dei bambini in età prescolare e scolare oppure, preferite adottare un approccio diverso?

Data di pubblicazione: 15/10/2015

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