26/08/16

Lo sviluppo del sorriso nel neonato

sviluppo del sorriso nel neonato


Il sorriso è stato ampiamente studiato in campo psicologico; i genitori, vedendo i primi sorrisi dei loro piccoli si “sciolgono” letteralmente, ogni fatica, ogni levataccia e ogni pianto che proprio non ne voleva sapere di smettere, perdono importanza, le forze tornano improvvisamente e non resta altro che una gioia infinita.

Purtroppo però i primissimi sorrisi non sono ciò che i genitori vorrebbero credere ma prevalentemente reazioni fisiologiche.

La prima settimana il bambino sorride nel sonno, quando si trova in uno stato di dormiveglia, quando gli si parla con voce dolce o lo si accarezza con delicatezza, nella seconda settimana il sorriso non include più solo la bocca ma anche gli occhi, nella terza settimana la voce è ciò che più di ogni altro provoca il sorriso, nella quarta e quinta settimana è soprattutto la voce della mamma a far sorridere il neonato anche se, più in generale, ogni voce di donna è preferita a quella di un uomo, anche a quella del padre.

Presto i bambini molto piccoli imparano a utilizzare il sorriso per agire sull’ambiente e ottenere ciò che desiderano; uno studio scientifico ha dimostrato che se quando un bambino sorrideva lo sperimentatore lo prendeva in braccio, appena veniva messo giù, ricominciava a sorridere attendendo di essere nuovamente ripreso in braccio... in breve nel bambino il numero dei sorrisi era aumentato sempre più, pur di essere preso in braccio.

E’ lo stesso “trucchetto” usato da molti bambini che, appena rimessi nel passeggino o nel lettino iniziano a piangere disperatamente, sapendo che così verranno ripresi tra le braccia di mamma e papà.

Ma i bambini piccoli usano il sorriso anche come risposta ad altri visi sorridenti e voci allegre; madri felici che accostandosi al lettino sorridono e ridono, suscitano nel bambino la stessa reazione mentre, madri preoccupate, fredde e con molti problemi da risolvere riescono a ottenere un numero minore di sorrisi, soprattutto in virtù del fatto che, forse, non si accorgono del bimbo sorridente che le guardano e perciò, presto o tardi, sorriderà sempre meno perché non trova risposta.

Stern ebbe modo di rimarcare che i neonati, soprattutto nelle prime due settimane sorridono quasi solo nel sonno e questo sorriso “endogeno” è automatico, senza legame con l’ambiente esterno; passando dall’eccitazione al rilassamento i muscoli si dispongono in una posizione simile a quella del sorriso e nella fase di sonno REM, oscillando più volte lo stato del sistema nervoso, al di sotto o al di sopra della soglia di eccitazione, produce piccoli sorrisi.

Già a 6 settimane però il sorriso diventa “esogeno”, sociale; visi, voci, luci e particolari azioni riescono a provocarlo. Da questo momento il piccino impara a manipolare le persone e le situazioni utilizzando anche diverse forme di sorriso; dal terzo mese sorride in risposta a oggetti conosciuti, maschere e volti umani, dapprima sia conosciuti che sconosciuti poi, dal sesto mese e fino al compimento del primo anno, non sorriderà più ai volti sconosciuti, a meno che non siano in movimento. Dai 5 mesi il sorriso è l’espressione di uno stato di piacere interno, se battere un cucchiaio sul tavolo e provoca un rumore piacevole, tenderà a rifarlo per udire quel suono.

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